Perché lo facciamo? Cosa ricerchiamo in più rispetto a ciò che l’occhio conosce già? Perché ci ostiniamo a guardare il Mondo attraverso quel piccolo specchio? Probabilmente è per un motivo che va oltre il risultato, non può essere solo per la Fotografia. Probabilmente per qualcuno di noi è rimasto l’unico modo per ricordare, l’unico modo per osservare il Mondo con gli occhi di un bambino, l’unico modo per esserne parte. É questo che rende liberi? Probabilmente si. Ma a non tutti è concessa la stessa libertà. So per certo che, la libertà va cercata, va conquistata. Non so scrivere. Non so scrivere ciò che vedo. Scrivere ciò che si vede significa descrivere minuziosamente, occorre che il lettore senta materialmente con i nostri sensi, ciò che ci circonda. Una cosa troppo grande. Occorrono padronanza della lingua e troppe pagine bianche. Non so parlare. Non so parlare ciò che vedo. Parlare ciò che si vede implica saperlo scrivere. Una cosa troppo grande. Allora, perché lo faccio? Perché ho la necessità di vivere l’attimo, sentirmi in armonia con il Tempo che scorre, farmi permeare dalle circostanze, affinché possa riprodurre ciò che i miei occhi vedono, ciò che la mia mente immagina e ciò che i miei restanti sensi percepiscono. Prima di fotografare rimango a lungo immobile, fino a fondermi con ciò che fotografo, solo in quel momento posso fermare il Tempo. La mia Fotografia è un processo lento, fatto di armoniosi movimenti che scaturiscono in un unico, percettibile Suono. Ed è in quel preciso istante, quando quel piccolo specchio si alza, che il Viaggio comincia. Un Viaggio, silenzioso, di cui solo io conosco la durata. Sono libero. Fotografo.
© IGOR CADAU 2020 - RIPRODUZIONE RISERVATA